sabato 19 ottobre 2013

17/18 Ottobre 2013

Gli occhi fissavano dei particolari, li fissavano senza vederli. Gli occhi facevano un lungo e lento percorso, fissando dei particolari, poi si fermavano, non accettavano la realtà e tornavano all'inizio. Ogni tanto il percorso si interrompeva, gli occhi si appannavano per un emozione struggente, per pochi minuti pesanti come ore, poi ritornavano all'innaturale quiete abitudinaria del percorso.
Gli occhi fissavano la punta delle scarpe, senza vedere, poi proseguivano il cammino sulla pietra bianca, antica, consumata dal tempo, scrutavano i giochi impossibili delle macchie scure, seguivano le fughe annerite, che s'incrociavano geometricamente, fino ad interrompersi sul margine di un tappeto. Gli occhi fissavano i disegni semplici e poveri, testimonianza di un arte antica, fissavano le trame del tessuto colorato, senza vedere,  Gli occhi cercavano conforto in quelle essenziali figure, senza trovarne. Lo sguardo intorpidito si destava, e proseguiva nel cammino. La superficie piana, morbida, policroma, s'imbatteva ora, in una dura base in ferro battuto. Poi la struttura si slanciava, addolcendosi in un balletto di calle e foglie, che si rincorrevano salendo. Gli occhi guardavano la dolce grazia dell'immagine, ma non la vedevano. Ora gli occhi incontravano una nuova forma, non più esile e armoniosa, ma piena, solida come una nave. Gli occhi si soffermavano sul legno lucido, seguivano lentamente l'intarsio di un giglio, dal gambo al fiore, lo guardavano ma non lo vedevano. La lenta salita dello sguardo ora scopriva un candido merletto che circondava con un abbraccio, come un mare calmo la possente nave. La delicata filigrana, salendo, si trasformava nella trasparenza di un velo. Gli occhi guardavano quel velo, ma non lo vedevano. Ora la testa guardava l'orizzonte davanti a se, senza più ostacoli,  gli occhi seguivano quel velo, lentamente, fino alla sommità. Come un sole che nasce dal mare, dalla trasparenza eterea del velo, si materializzavano due mani bianchissime con le unghie laccate, posate delicatamente sopra un rosario. Gli occhi ora vedevano, ma non capivano, non volevano accettare l'evidenza, preferivano scappare, tornando da capo a guardare la punta delle scarpe. Era un brutto sogno, non poteva essere vero, riprendevano il cammino, nella vana speranza di non vedere più quelle dolci mani.

Il dolore di fronte ad un'ingiustizia è sempre grande, ma di fronte a quelle mani innocenti, è immenso.
Se potessero parlare quelle laboriose e infaticabili mani; quante vite hanno accarezzato, quante cose belle hanno realizzato, quanto bene hanno fatto a chi ha avuto la fortuna di toccarle.
Povere mani, ricchissime mani, sfiorartele ancora per l'ultima volta, cercando di assorbirne quel dono.

Buon viaggio Domenica, il tuo quarto figlio Antonello